I simpatici cercatori di tartufi
Il Lagotto Romagnolo ha una lunga storia che affonda le sue radici nella nostra penisola fin dai tempi dei primi popoli italici.
Alcuni ritrovamenti fatti nelle tombe etrusche della Romagna hanno portato alla luce resti di cani molto simili al Lagotto di oggi. Presumibilmente nel tempo è stato selezionato, viste le sue caratteristiche fisiche, per affiancare l’uomo nella caccia in particolar modo in zone paludose. Era proprio nelle zone palustri, come quelle delle Valli di Comacchio, che il Lagotto venne utilizzato come cane da riporto d’acqua. Grazie al suo manto protettivo riusciva a tuffarsi nell’acqua fredda e riportare al padrone, che aspettava sui barchini, le prede. Dopo le bonifiche delle zone paludose e alla decrescente pratica della caccia non è stato più utilizzato per affiancare l’uomo nell’attività venatoria, ma viste la sua straordinaria attitudine alla cerca e le ottime doti olfattive ha avuto una nuova “vita” nella cerca del tartufo. Oltre a queste doti è un cane sobrio, affettuoso, intelligente, facilmente addestrabile ed attaccatissimo al padrone. Adatto alla vita in famiglie con bambini e all’impiego in pratiche di pet-therapy. Dall’aspetto rustico è un cane di media-piccola taglia con il tipico manto riccioloso e lanoso lo rende particolarmente morbidoso e attrattore di coccole. Non a caso lo ritroviamo raffigurato, insieme ai componenti della sua famiglia umana, in alcune raffigurazioni del Rinascimento Italiano. Tra le immagini più famose del Lagotto amiamo ricordare quello negli affreschi di Andrea Mantegna nel Palazzo Ducale di Mantova e i quadri dalla scuola del Guercino. Il nome lagotto con molta probabilità deriva dalla sua funzione di cane d’acqua. Secondo alcune ricerche “Can Lagot” nel dialetto romagnolo ha come significa per l’appunto “cane d’acqua” o “cane da caccia in palude dal pelo riccio e ispido”